Urbanizzazione, ultima frontiera del capitalismo

22 Gen

garfico bersaglio

[21 Gennaio 2010] www.carta.org 

Marica Di Pierri

Una delle cartine di tornasole per misurare il sistema di disuguaglianza insito nel modello capitalista è lo sviluppo urbano, vale a dire il modo in cui le città si sono evolute e continuano ad evolversi negli ultimi decenni.

Nel secolo scorso le megalopoli nel mondo erano meno di cinquanta, attualmente sono oltre cinquecento, molte delle quali raccolgono decine di milioni di abitanti per la maggior parte scappati dalle zone rurali a causa dei processi di deruralizzazione indotti dalle politiche di privatizzazione, dalle espropriazioni, dall’effetto spesso irreversibile dei cambiamenti climatici sui mezzi di sussistenza tradizionali.

Attualmente – secondo i dati raccolti dalle agenzie internazionali che si occupano di migrazioni – sono circa un milione ogni settimana le persone che abbandonano le campagne e vanno ad ingrossare le fila dei disperati accalcati nelle periferie delle metropoli.

La Colombia, ad esempio, ha vissuto una fase di forte deruralizzazione e ha perduto negli ultimi dieci anni la capacità di autosussistenza alimentare (l’autosufficienza cioè nella produzione di prodotti agricoli) ed è costretta attualmente ad importare dall’estero dieci milioni di tonnellate di prodotti agricoli l’anno. Le città colombiane, progressivamente più popolose, hanno vissuto nell’ultimo decennio un processo di ristrutturazione e abbellimento delle zone ricche e centrali ed un crescente degrado e sovraffollamento delle zone povere e periferiche.

In Messico, la deruralizzazione forzata a causa delle politiche di privatizzazione imposte dal governo e dalle istituzioni finanziarie internazionali; l’insorgere sempre più diffuso e virulento di conflitti ambientali in molte zone del paese; la violenza generalizzata; lo smantellamento dello stato di diritto e il restringimento degli spazi e dei diritti subito dai cittadini hanno portato negli ultimi anni all’affermarsi di un fenomeno preoccupante che gli studiosi messicani del Casifop – Centro di Analisi Sociale, Formazione e Informazione Popolare – hanno chiamato ‘urbanizzazione selvaggia’. E’ dire: complici le imprese costruttrici, per rilanciare l’economia in crisi gli ultimi due governi messicani (prima Fox poi Calderon) hanno promosso la costruzione di immensi quartieri che sorgono in mezzo al nulla, costituiti di minuscole casette dette case Auschwitz, destinate alla massa di gente progressivamente costretta ad abbandonare le zone rurali. Tali quartieri non prevedono nessun luogo ricreativo – piazze, luoghi di incontro, bar, chiese – e le case che li compongono sono realizzate in materiali tanto scadenti da renderle inutilizzabili in pochi anni, mentre da estinguere restano i mutui accesi per comprarle da famiglie che si ritrovano a distanza di pochissimo tempo più indebitate ed infelici di prima.

Analizzando questi ultimi decenni sia dal punto di vista economico che politico e sociale è insomma chiaro a tutti come il capitalismo sia un sistema basato sulla disuguaglianza e non sulla solidarietà. Ed è palese che uno dei segni di questa caratteristica è proprio la maniera in cui le città – centri nevralgici di tale modello di sviluppo (e di società) – continuano a crescere e a modificare la loro natura.

Le nuove città globali sono divenute con il tempo luoghi di segregazione e di esclusione, perdendo – man mano che divenivano più grandi e più popolose – ogni carattere proprio della comunità e ogni funzione aggregativa o di stimolo alla coesione sociale.
Nelle città vivono segregati contemporaneamente milioni di poveri nelle squallide periferie e centinaia di ricchi nelle algide “zone rosa”, costruite a misure per le loro tasche e i loro costosi gusti. Anche quest’ultima è una forma di segregazione che non permette alcuna permeabilità tra settori sociali lontani per vissuto e prospettive. D’altra parte, proprio le moderne “città globali” sono spesso scenari della nascita di movimenti sociali radicati a problematiche specifiche come il diritto alla casa, al lavoro, alla socialità, alla difesa dei diritti civili e di cittadinanza etc.

Il tipo di urbanizzazione che si va sviluppando in America Latina come in Africa e Asia e persino in Europa è quello proprio del capitalismo selvaggio. Privatizzazione di spazi e servizi, speculazioni edilizie, mercato immobiliare in mano agli sciacalli. E siccome le dinamiche che viviamo a casa nostra non sono mai troppo distanti da quelle che registriamo altrove, affonda le radici nello stesso insano humus anche quanto accaduto a L’Aquila dopo il terremoto.
Quando, pochissime ore dopo il sisma, veniva lanciato il progetto di costruzione di venti “new town”, era chiaro – come poi è emerso – che quelle case non avrebbero messo al riparo dal freddo se non una minima parte degli aquilani ormai senza la casa, ma era altrettanto chiaro che sarebbero state sì utili a smantellare il tessuto urbano e sociale di una città già in ginocchio e soprattutto a far arrivare nuova liquidità nelle tasche dei soliti noti.

http://www.tmcrew.org/csa/l38/wwi/davis/ecofear.htm

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